Vogliamo che ogni persona trovi chi si prende cura della salute in modo più adatto alle proprie esigenze.
Non solo dal punto di vista clinico, ma anche umano.
Perché il senso di accoglienza, comprensione e rispetto sono parte essenziale della cura.
InclusiMe s.r.l. nasce da un’esigenza concreta: colmare un vuoto nel sistema sanitario, dove manca una reale preparazione sui temi dell’inclusività. Alessia Paola Schifone, farmacista, ha deciso di agire di fronte a una verità spesso sottovalutata: non basta la buona volontà o la sensibilità personale. L’omosessualità è stata considerata una malattia fino al 1990, i femminicidi e gli episodi di razzismo sono ancora all’ordine del giorno. Eppure, nel settore sanitario non esistono standard o certificazioni che garantiscano un approccio realmente inclusivo.
Da questa spinta nasce InclusiMe: la prima realtà in Italia che unisce formazione, certificazione e accessibilità in ambito sanitario, con l’obiettivo di costruire un sistema capace di accogliere ogni paziente nella sua unicità.
Con InclusiMe vogliamo rendere la sanità più inclusiva, più accessibile, più umana. Un aiuto concreto per chi cerca e per chi offre cura.
Il cuore del progetto è questo: abbattere barriere invisibili. Quelle che non si vedono ma si sentono, eccome.
InclusiMe non è solo un servizio, è un cambiamento; è un modo nuovo di prendersi cura delle persone, mettendo al centro empatia, ascolto, rispetto. Perché ogni persona ha diritto a sentirsi al sicuro, soprattutto quando ci si affida per la propria salute.
InclusiMe si impegna a costruire un sistema sanitario più equo e accessibile, dove ogni individuo, a prescindere dalle proprie caratteristiche personali, possa accedere a cure di alta qualità. La nostra missione è garantire che chi opera nel settore Salute sia preparato a lavorare in ambienti inclusivi, dove ogni paziente è accolto con rispetto e dignità. Attraverso un’innovazione costante nella formazione e nell’utilizzo delle tecnologie, vogliamo creare una sanità che non faccia distinzioni, che comprenda le diversità e che garantisca pari opportunità di trattamento per chi cerca cura.
Immaginiamo un futuro in cui il sistema sanitario sia un esempio globale di inclusività, dove le differenze individuali non siano mai un ostacolo ma una risorsa. InclusiMe aspira a creare un mondo in cui chi necessita di assistenza, indipendentemente dall’ etnia, genere, orientamento sessuale, disabilità, età, aspetto fisico, credo religioso o status socio-economico possa ricevere cure rispettose e di alta qualità. Contribuire alla creazione di una comunità sanitaria consapevole e pronta ad accogliere ogni diversità è il nostro obiettivo. Vogliamo che ogni professionista sanitario sia equipaggiato con la conoscenza e le competenze necessarie per operare in un ambiente inclusivo, dove l’umanità e l’equità siano al centro di ogni trattamento.
In InclusiMe, crediamo che la diversità sia una risorsa fondamentale per il successo sociale e professionale. Riconoscere e celebrare le differenze è il primo passo verso un mondo più inclusivo e giusto. Le 8 tipologie di diversità che abbracciamo sono cruciali per costruire ambienti equi, dove ogni individuo possa esprimersi senza barriere.
L’etnia è un concetto complesso che va oltre l’origine geografica o l’aspetto esteriore. Riguarda l’appartenenza a un gruppo umano che condivide riferimenti culturali comuni: una lingua, una storia, pratiche religiose, sistemi di valore, credenze, abitudini alimentari e modalità specifiche di vivere la malattia, la salute e la cura. Non si tratta di una semplice variabile anagrafica: l’etnia struttura il modo in cui una persona si orienta nel mondo, interpreta il dolore, comprende le diagnosi, si affida (o meno) a personale sanitario.
Le origini etniche portano quindi con sé una pluralità di esperienze, vissuti e significati che influenzano profondamente l’accesso ai servizi, l’aderenza alle terapie, la comunicazione con le figure professionali. Ogni percorso culturale è unico e non può essere ridotto a categorie generalizzanti o stereotipi. In ambito sanitario, ci richiede la capacità di mettersi in ascolto attivo, di sospendere il giudizio e di adattare linguaggi e approcci, per creare uno spazio di cura realmente accogliente.
In un contesto sanitario inclusivo, riconoscere e valorizzare le differenze etniche non significa fare eccezioni, ma costruire relazioni più autentiche, rispettose ed efficaci. La diversità etnica non è una complicazione da gestire, ma una risorsa che può arricchire la relazione terapeutica e contribuire a rendere ogni percorso di cura più aderente alla realtà e ai bisogni delle persone. È proprio nella capacità di riconoscere e integrare queste differenze che si costruisce un sistema sanitario più giusto, umano e competente.
La disabilità non è una condizione individuale isolata, ma il risultato dell’interazione tra una persona e un ambiente che può facilitare oppure ostacolare la sua piena partecipazione alla vita sociale e ai servizi, inclusi quelli sanitari. Non tutte le disabilità sono visibili (l’80% non lo sono), né si presentano allo stesso modo: ogni esperienza è diversa, e ogni persona porta con sé bisogni, risorse e prospettive che meritano ascolto e rispetto.
Esistono diverse tipologie di disabilità, ciascuna con caratteristiche specifiche:
In ambito sanitario, riconoscere questa complessità è essenziale per garantire un’accoglienza realmente equa. L’inclusione non si limita a eliminare barriere fisiche: significa adattare spazi, linguaggi, procedure e atteggiamenti.
Garantire accessibilità non è un’eccezione: è un diritto. E costruire un sistema realmente inclusivo significa progettare ambienti e percorsi che funzionino per ciascun individuo, senza dover ricorrere a soluzioni straordinarie. È nel rispetto delle differenze – anche e soprattutto quando non si vedono – che si fonda una sanità giusta, umana e competente.
L’aspetto fisico è una dimensione visibile della diversità umana, ma troppo spesso viene trasformato in criterio di giudizio, anche nei contesti più sensibili come quello sanitario. Ogni corpo racconta una storia diversa: esperienze, condizioni, relazioni con il proprio sé e con il mondo. Nessuna persona dovrebbe sentirsi valutata, invalidata o ridimensionata per come appare. Eppure, la realtà parla di pregiudizi ancora diffusi e profondamente radicati.
Body shaming, grassofobia, discriminazione estetica: sono tutte espressioni diverse di un problema comune. Il body shaming consiste nel criticare o ridicolizzare il corpo di una persona. La grassofobia è una forma specifica di discriminazione verso le persone con obesità o sovrappeso, spesso trattate con superficialità o colpevolizzate per la propria condizione. La discriminazione estetica, più ampia, colpisce chiunque abbia caratteristiche fisiche considerate “non conformi”:
cicatrici, disabilità visibili, tratti somatici fuori dagli standard dominanti, condizioni dermatologiche evidenti, malformazioni, esiti post-traumatici.
In ambito sanitario, questi pregiudizi possono compromettere la qualità dell’ascolto, ridurre la precisione delle diagnosi e generare sfiducia nel sistema. Una persona può evitare di chiedere aiuto per paura di essere giudicata, oppure vedersi ricondotta a schemi diagnostici inadeguati basati su stereotipi.
Superare questi bias significa creare spazi e relazioni di cura in cui chiunque possa sentirsi accolto, ascoltato e rispettato, indipendentemente dal loro corpo. Significa adottare un linguaggio rispettoso, indagare ogni sintomo con rigore, evitare commenti o atteggiamenti svalutanti, ma soprattutto riconoscere che la diversità corporea è parte integrante dell’identità umana, e non una deviazione dalla norma.
Valorizzare questa diversità non è un atto di gentilezza, ma una responsabilità etica e professionale. È anche una strada concreta per migliorare la relazione terapeutica, l’aderenza ai trattamenti e il benessere complessivo delle persone. Perché ogni corpo merita rispetto. Sempre.
L’età non è solo un numero, ma una dimensione della diversità spesso invisibilizzata o distorta da pregiudizi. Ogni fase della vita porta con sé bisogni, risorse, competenze e prospettive differenti, che meritano ascolto, rispetto e valorizzazione. Eppure, in molti contesti – incluso quello sanitario – l’età continua a essere un fattore di discriminazione.
Questo fenomeno ha un nome: ageismo. Il termine indica l’insieme di atteggiamenti, comportamenti e politiche che svalutano o escludono le persone sulla base della loro età. L’ageismo può colpire chiunque, ma si manifesta soprattutto nei confronti delle persone anziane, considerate “meno competenti”, “meno produttive”, “troppo fragili” o “troppo avanti con gli anni” per prendere decisioni sulla propria salute o per essere destinatari di trattamenti avanzati. Allo stesso tempo, anche le persone giovani possono essere vittime di ageismo, quando i loro sintomi vengono minimizzati, o quando si presume che “non possano avere davvero problemi seri”.
In ambito sanitario, l’ageismo è particolarmente dannoso. Può portare a diagnosi superficiali, a una minore personalizzazione dei trattamenti, a una scarsa attenzione alla dimensione psicologica ed emotiva delle persone, o persino all’esclusione da percorsi di prevenzione e cura. Un soggetto anziano che lamenta dolore potrebbe vedersi rispondere “È normale alla sua età”, mentre una persona giovane che manifesta disagio psicologico potrebbe essere liquidata con “passerà da solo”.
Superare questi automatismi richiede un cambio di paradigma: smettere di pensare in termini di età e iniziare a vedere la persona. Significa coinvolgere ogni paziente – a qualunque età – nelle decisioni, indagare sintomi senza preconcetti, ascoltare davvero. Significa riconoscere che l’età porta con sé esperienze, non limiti.
Riconoscere la ricchezza delle generazioni e valorizzarne la diversità è un atto di giustizia e un’opportunità di crescita per tutto il sistema. Perché un servizio sanitario davvero equo e competente è quello che non dà per scontato nulla, nemmeno il numero sulla carta d’identità.
L’orientamento sessuale è una dimensione fondamentale dell’identità personale. Riguarda l’attrazione – emotiva, romantica e/o sessuale – che una persona può provare verso altre persone.
Non è una scelta né un comportamento, ma un aspetto intimo e autentico del vissuto individuale. Ogni orientamento è valido e merita rispetto.
Spesso si tende a considerare l’eterosessualità come la norma, lasciando nell’invisibilità o nel sospetto tutte le altre esperienze. In ambito sanitario, questo atteggiamento può generare disagio, sfiducia e persino rifiuto delle cure. Presupporre un solo modello affettivo-relazionale è una forma di esclusione che compromette la qualità dell’ascolto e della cura.
Per questo è importante conoscere e nominare le diverse possibilità espressive dell’orientamento sessuale. Alcune delle più comuni includono:
L’obiettivo non è classificare, ma riconoscere la pluralità delle esperienze e relazioni. In ambito sanitario, ciò significa usare un linguaggio neutro e rispettoso, evitare supposizioni sulle relazioni delle persone e creare uno spazio sicuro dove chiunque possa sentirsi libero di esprimersi senza timore di giudizio.
Non va dimenticato che l’omosessualità è stata considerata una malattia mentale fino al 1990 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Le discriminazioni storiche e attuali hanno lasciato cicatrici profonde nelle comunità LGBTQ+, e possono ancora oggi condizionare il rapporto con il sistema sanitario.
La diversità non è un’eccezione, ma parte integrante della complessità umana. Riconoscerla significa migliorare la qualità della relazione di cura, costruire fiducia e garantire un accesso equo alla salute per ciascuno.
L’identità di genere è il senso intimo, profondo e individuale di appartenere – o non appartenere – a un genere. Può coincidere o meno con il sesso assegnato alla nascita. È una componente centrale della persona, che si manifesta in modi molteplici e non sempre visibili, e che può variare nel tempo. Ogni persona vive e interpreta il proprio genere in modo unico, influenzando anche come si relaziona con il proprio corpo, con i servizi sanitari e con chi opera nel settore della salute.
Nel linguaggio comune, il genere è spesso ridotto a un binarismo – maschile o femminile – che esclude o invalida tutte le esperienze che non rientrano in queste due categorie. Questo approccio non solo è limitante, ma può risultare dannoso, soprattutto in contesti delicati come quello sanitario. L’identità di genere non si vede, non si presume, non si indovina: si riconosce solo se viene dichiarata, e sempre con rispetto.
Ecco alcune definizioni utili a orientarsi:
Rispettare la diversità di genere in ambito sanitario significa creare spazi sicuri, accoglienti e privi di giudizio. Significa utilizzare il nome e i pronomi scelti dalla persona, non fare supposizioni sull’anatomia o sull’orientamento sessuale, garantire privacy e riconoscimento. Significa anche comprendere che il rifiuto, la disattenzione o l’invisibilità possono avere un impatto diretto sulla salute psicofisica e sull’accesso alle cure.
Le persone transgender e non binarie affrontano ancora oggi ostacoli significativi nel rapporto con il sistema sanitario: dal misgendering alla mancanza di percorsi formati e consapevoli, fino all’assenza di protocolli aggiornati. In molti casi, rinunciano alle cure per paura di essere giudicate o non comprese.
La diversità di genere non è un’eccezione, ma una delle espressioni possibili dell’identità umana. Riconoscerla, ascoltarla e valorizzarla è parte integrante di un’assistenza sanitaria equa, rispettosa e realmente inclusiva.
La religione e la spiritualità rappresentano dimensioni centrali nella vita di molte persone, influenzando valori, decisioni, comportamenti quotidiani e il modo in cui si affrontano la malattia, la sofferenza e la cura. Non si tratta solo di credenze astratte, ma di pratiche vive che possono determinare scelte concrete in ambito sanitario: dall’alimentazione ai trattamenti accettabili, dal rapporto con il dolore alle modalità di accompagnamento alla morte.
Le diverse religioni – come l’Islam, il Cristianesimo (nelle sue molteplici confessioni), l’Ebraismo, il Buddismo, l’Induismo, solo per citarne alcune – presentano valori e ritualità specifici, che si intrecciano con la percezione del corpo, della salute e del limite umano. Anche all’interno della stessa religione, per esempio, le pratiche possono variare da persona a persona, a seconda del grado di osservanza, dell’interpretazione personale o delle influenze culturali.
In ambito sanitario, non si tratta solo di conoscere “le regole” di una religione, ma di coltivare un atteggiamento aperto e rispettoso, evitando stereotipi e generalizzazioni. Chiedere con rispetto se una persona ha esigenze legate alla propria fede – in termini di dieta, orari, genere delle figure professionali, modalità di cura – può fare la differenza tra un’assistenza standard e una relazione realmente inclusiva.
È importante sottolineare che non tutte le persone credenti vivono la propria spiritualità nello stesso modo, e non tutte desiderano esplicitare il proprio orientamento religioso. Per questo, l’ascolto attivo e la sospensione del giudizio diventano strumenti fondamentali nella pratica clinica.
Garantire equità significa anche riconoscere la dimensione spirituale come parte dell’identità: non come un elemento secondario, ma come qualcosa che può influenzare profondamente la qualità dell’esperienza di cura. Dall’accesso a cibi adeguati in ospedale, alla possibilità di pregare o ricevere assistenza spirituale, fino alla gestione del fine vita nel rispetto dei rituali religiosi.
L’inclusione passa anche dalla comprensione delle differenze spirituali, e dalla volontà di costruire ambienti in cui ogni identità – credente o non credente – possa sentirsi accolta, rispettata e libera di esprimersi.
Lo status socio-economico – ovvero l’insieme delle condizioni economiche, lavorative, educative e abitative di una persona – incide profondamente sulla possibilità di vivere in salute. Non tutte le persone partono dallo stesso punto: c’è chi ha accesso con facilità a visite, prevenzione e terapie, e chi invece deve scegliere tra una cura e una spesa essenziale. Ci sono persone che comprendono pienamente un referto, e altre che faticano a orientarsi tra burocrazia, linguaggio tecnico e percorsi di cura.
Queste disuguaglianze, spesso invisibili, non si limitano alla disponibilità economica. Comprendono anche fattori come il grado di istruzione, la precarietà abitativa, il tipo di lavoro svolto, l’accesso alle tecnologie o la possibilità di prendersi del tempo per sé senza perdere una giornata di salario. In molti casi, l’esperienza di povertà è accompagnata da sentimenti di vergogna, sfiducia e rinuncia, che si riflettono anche nel rapporto con i servizi sanitari.
In ambito clinico, trattare tutte le persone allo stesso modo non basta. È necessario riconoscere la diversità delle condizioni di partenza e lavorare per una vera equità. Questo significa, ad esempio, modulare la comunicazione, evitare di colpevolizzare chi non segue una terapia per mancanza di risorse, spiegare i passaggi senza dare nulla per scontato, facilitare l’accesso ai servizi anche per chi non ha strumenti culturali o digitali.
L’inclusione passa attraverso la capacità di ascoltare chi vive in condizioni svantaggiate, comprendere le barriere – anche invisibili – che ostacolano il diritto alla salute, e offrire risposte adeguate, che non siano uguali ma giuste per ogni persona.
Solo superando l’illusione dell’uguaglianza formale è possibile costruire un sistema sanitario realmente accessibile e umano. Perché la salute non è solo una questione biologica: è anche una questione sociale.
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INCLUSIME ITALIA S.R.L. – P.IVA 03429580735 – REA 253462 – Maruggio (TA)
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